Recensione della quarta stagione di Mare Fuori senza spoiler
MARE FUORI 4 – RAI PLAY/RAI DUE
Come fare una recensione della quarta stagione di Mare Fuori senza fare spoiler… anche se tra attori che rilasciano interviste e spoileratori incalliti e’ impossibile non aver almeno intuito quello che succederà in questa stagione.

C’è da dire che la serie campa di una rendita che nemmeno quelli che hanno comprato casa a City Life prima che diventasse il quartiere cool di Milano. Quindi con l’affitto riusciranno a campare bene per varie stagioni, anche se, per dirla in napoletano, la casa è sgarrupata.
E la quarta stagione lo è. Sgarrupata abbastanza.
Parliamo di una serie tv quindi le licenze narrative le accetto. Per anni ho creduto che Carrie Bradshaw potesse permettersi di vivere nel Greenwich Village e di comprare Manolo Blahnic ogni settimana scrivendo ogni tanto.
Il punto è che stavolta gli sceneggjatori non si sono presi delle licenze ma proprio delle ferie. E pure a tempo indeterminato.
Il carcere che ci ha sbattuto in faccia la dura realtà della delinquenza giovanile e’ diventato un villaggio vacanze dove manca solo il gioco aperitivo e Fiorello che ci dice su le mani, giù le mani. Roba che quando eravamo ragazzini e giocavamo a Guardie e Ladri eravamo più credibili.
Insomma protagonista di Mare Fuori e’ il carcere che ha … il mare fuori. Se volevano togliere il carcere dalla centralità del racconto, avrebbero dovuto creare uno spin-off sulla riabilitazione per esempio e non un’accozzaglia di situazioni che prendono i connotati della soap opera con tutto l’eccesso che ne consegue. Tra favola, melodramma e assurdo.
A me a un certo punto è sembrato di vedere Cenerentola che mangiava tartufo.
Magari siete più giovani di me e non ve lo ricordate ma c’era una gag di Paolantoni in cui lui urlava … Topazio scendi dal lampadario … . Ecco questa è la sensazione che si ha per gran parte della visione della quarta stagione, che tenta di recuperare nel finale senza però sopperire a quello che per me è stato un grande errore, oltre a quello di non aver pensato a un turn over adeguato dei protagonisti: aver abbandonato la crudezza e la drammaticità del racconto allungando capitoli già conclusi da un pezzo.
Tanto per fare un esempio, se alla quarta stagione stiamo ancora vivendo in memoria di Ciro, la cui retrospettiva oltretutto sembra quella di Padre Pio, e’ chiaro che c’è un problema. Non si riesce a mollare il vecchio per il nuovo, anche se dopo il patetico product placement di Lavazza entrata a tazzina piena direttamente nella sceneggiatura potrebbe sempre succedere che o Chiattillo torna, apre un bar specializzato in caffè dentro la prigione, lo chiama il milanese inchiattillito e poi uno a caso dei detenuti lo rapina.
Ma noi saremo comunque lì a guardare e a cantare “ce sta o’ mar for”.
