ALESSANDRO MANZONI: QUANDO UNO SCRITTORE NON E’ COME LO IMMAGINI.

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Quando leggiamo un libro ci facciamo un’idea inconscia di chi sia il suo autore e qualche volta può capitare che la realtà sia completamente diversa da quella che avevamo immaginato. Ok, magari leggendo Che Stupida di Ilary Blasi uno non pensa che dietro ci sia una seguace della filosofia kantiana, però leggendo I Promessi Sposi l’idea implicita che ci siamo fatti di Alessandro Manzoni è quella di un intellettuale senza sbavature.
E invece, se poi approfondiamo scopriamo che … sò Lillo!

Scherzo. Ovviamente non è Lillo, ma lo avevate capito, vero?
Però Alessandro Manzoni, ritenuto il padre della lingua italiana moderna, è un uomo non senza contraddizioni, che ha avuto una vita travagliata, dolorosa e a tratti scandalosa, che affonda le sue radici in un’infanzia traumatica.

Ritratto di Giulia con il figlio Alessandro

Alessandro nacque nel 1783 da Pietro e da Giulia Beccaria, 49 anni lui e 23 lei, dopo un matrimonio affrettato e molto chiacchierato. L’artefice dell’unione era stato Pietro Verri, con l’obiettivo sia di difendere il suo patrimonio sia di proteggere quello in rovina del suo amico, Cesare Beccaria.
Pietro era anche il fratello maggiore di Giovanni, della cui amicizia “intima” con Giulia si chiacchierava molto negli ambienti nobili.


Quando Giulia rimase incinta, era noto a tutti che  il padre biologico di quel bambino fosse Giovanni Verri. E Pietro Manzoni? In Molise lo avremmo definito “cornut e mazziat”, visto che la stessa Giulia alimentava le dicerie sulla sua “inabilità al matrimonio” e intaccava la sua stessa dignità, definendolo disumano, stupido e feroce. Da subito Giulia mostrò scarso senso materno, infatti mandò il figlio a balia fuori di casa e, dopo qualche anno, lo lasciò al quasi padre e se ne andò a Parigi con il conte Carlo Imbonati. A sei anni, Alessandro fu mandato in collegio e vi rimase per più di dieci anni, prima a Merate, poi a Lugano e infine a Milano .

Dopo fu lui stesso ad alimentare altre chiacchiere con il suo sbandamento giovanile documentato da scritti scurrili e da una vita mondana di eccessi di sesso e di gioco. Alimentò ancora pettegolezzi, quando scrisse “In morte di Carlo Imbonati”, un carme che esaltava le ineguagliabili virtù dell’amante della madre; e, a fronte di questo omaggio, ancora più scandalo suscitarono la sua indifferenza nei confronti del padre anagrafico, che mai gli aveva negato il  sostegno economico e soprattutto l’assenza al suo funerale.

Alessandro ormai viveva a Parigi con la madre, erede dell’enorme ricchezza del conte, e il loro legame era forte e complesso, non immune da una componente edipica: per lui la madre era “la mia Giulia”, per lei Alessandro era il figlio abbandonato che poteva finalmente risarcire dell’affetto che gli aveva negato, dedicandosi completamente a lui e sostenendolo nelle sue aspirazioni artistiche e letterarie (mamme non vi esaltate che Manzoni ha già dato, voi rischiate solo di crescere i disadattati di domani!)

La sollecitudine di Giulia andava anche oltre: si occupava della ricerca della moglie “giusta”, che identificò in Enrichetta Blondel, figlia di un ricco mercante svizzero. E di nuovo fu scandalo: l’aristocratico Manzoni sposava una calvinista appartenente a quella detestata borghesia protestante arricchita in modi poco chiari. La successiva conversione al cattolicesimo di Enrichetta spinse anche Alessandro e sua madre, che si era molto affezionata alla nuora, ad abbandonare lo scetticismo e l’anticlericalismo fino ad allora manifestati e a mostrare lo stesso fervore religioso.

In questo senso, un episodio fu particolarmente rilevante. Durante i festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, Manzoni, che iniziava a soffrire di agorafobia, nella folla non trovò più Enrichetta e fu preso dal panico. Si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove promise la sua conversione se avesse ritrovato la moglie. La ritrovò.
E così Manzoni rinnegò il carme del 1805 dedicato a Carlo Imbonati, nel tentativo di cancellare ogni riferimento alla disdicevole relazione della madre. Non rinunciò però ai vantaggi dell’eredità (di sicuro non era un fesso!)

Enrichetta Blondel, con cui Manzoni aveva avuto dieci figli, morì il giorno di Natale del 1833. A lei, lo scrittore dedicò l’ode Il Natale del 1833 in cui, sebbene incompiuta, si percepisce tutto il dolore di Alessandro per la perdita di una donna che, sebbene avesse sposato per volere della madre, aveva amato in maniera pura e sincera (niente a che fare con l’amore tossico e passionale tra D’Annunzio ed Eleonora Duse, di cui vi ho raccontato qui).
Sempre su suggerimento della madre, che tentava di arginare la carica edipica che coglieva nel figlio, sposò Teresa Borri Stampa, alimentando un nuovo scandalo visto che lo sposo aveva ormai superato i cinquant’anni e il nuovo matrimonio sembrava sottrarlo alla sacralità di scrittore sublime e insuperabile.
La nuova moglie, al contrario di Enrichetta, non andava d’accordo con la suocera e, nonostante il sincero affetto che provava per Alessandro, non instaurò mai un rapporto con i figli di lui.

Dei dieci figli avuti da Enrichetta, sopravvissero ad Alessandro solo due figli maschi, che si distinsero per la vita sregolata e per i debiti, provocando ancora scandali e dicerie intorno alla figura di Manzoni, che ne soffrì molto, come si evince dai suoi ultimi scritti.