LE FICTION DI RAI UNO: NON SONO FICTION PER VECCHI.

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L’atteggiamento di quelli che per principio non guardano le fiction di Rai Uno sta diventando ormai anacronistico, perché sulla Rai sempre più spesso si guardano prodotti ben fatti. Per me però è arrivato il momento che i produttori abbandonino la sicurezza del nazional popolare per avere un respiro più internazionale.

I ricambi generazionali esistono in ogni settore, tranne che in Rai, il cui pubblico, da quando io sono adolescente, è sempre vecchio. Gli spettatori di Rai Uno sono tutti highlander praticamente. E invece no, la stessa persona può guardare una produzione Hbo e una Rai Fiction e, udite udite, apprezzarle entrambe senza preconcetti. E quella stessa persona però può notare anche le differenze!


In quest’ottica internazionale io non mi spiego perché le fiction italiane non raccontino la cultura italiana ma restino incastrate nella comfort zone provinciale che deve accontentare sto cavolo di pubblico vecchio di Rai Uno. Oh, ragazzi. I vecchi sono morti.

Prendiamo per esempio Lolita Lobosco, arrivata alla terza stagione con grande successo di pubblico. Meritato perché una fiction con quella fotografia tante produzioni internazionali se la sognano, ma basta con le macchiette, disseminate un po’ ovunque. Basta con questi agenti di polizia che se aiutassero una vecchietta ad attraversare la strada inciamperebbero nel bastone. Io poi sono contraria all’utilizzo forzato del dialetto che quando non è necessario, come per esempio nel caso di Mare Fuori (qui recensione senza spoiler) trovo totalmente inutile e fumettistico.

Doc, la cui terza stagione è finita poche settimane fa, ha inaspettatamente tentato di diventare un medical drama di più ampio respiro, ma comunque non riesce a lasciarsi andare. È come se ci fosse sempre la paura che se il racconto diventa troppo veloce e dinamico, se si abbandonano i sentimentalismi eccessivi, se non si trova sempre la morale da raccontare per compiacere, il pubblico cambi canale.


Il canale non ho mai pensato di cambiarlo invece martedì sera guardando la seconda stagione di Studio Battaglia, che rientra nella categoria dei legal drama ed è incentrata sulle vicende di uno studio legale associato che si occupa di divorzi. Casi legali si mescolano al racconto delle vicende personali dei protagonisti che vivono a Milano, sfondo moderno ed energico della storia. Lunetta Savino interpreta in maniera favolosa un personaggio che in un legal drama americano sarebbe diventato iconico in due puntate.

Nessun personaggio sfigato, ambientazioni “cool” e i protagonisti sono uomini e donne di successo. Evviva. Abbiamo imboccato una buona strada che però è piena di deviazioni che non bisogna prendere. Prima di tutto quella della favoletta che ai nostri sceneggiatori piace tanto, perché gli italiani quando non sono criminali conclamati devono essere sempre bravi e buoni. E poi c’è un altro problema. Io capisco che i look di Lunetta Savino abbiano impegnato parecchio, però un po’ di sforzo anche per le altre protagoniste si poteva fare. Ci sono donne che per andare a fare la spesa mettono tailleur più belli di quelli che indossa Barbara Bobulova!