
Cari amanti delle storie vintage,
ho conosciuto la storia di questa donna perché, andando a correre sul canale Villoresi a Monza, all’altezza di Via Cavallotti, ho visto spesso la lapide a lei dedicata, sempre con i fiori, e, spinta dall’ahimè morbosa curiosità, sono andata a cercare notizie su di lei, a cui ormai penso tutte le volte in cui corro.
Carla Zacchi è stata ritrovata nel canale nel 1983 e, all’epoca non si sapeva, ma sarebbe diventata la prima vittima del serial killer di Milano.
Carla Zacchi, la prima vittima del serial killer
Il corpo esanime di una donna viene notato nel canale Villoresi la mattina di domenica 11 febbraio 1983 da un passante. E’ nuda e ha solo un maglione rosso avvolto intorno al collo. Gli inquirenti risalgono alla sua identità attraverso la fede nuziale. Si tratta di Carla Zacchi, 26 anni, sposata da pochi mesi con Raffaelle Colaianni, che ne aveva denunciato la scomparsa. Il venerdi precedente, tornato a casa, dopo una cena tra amici, non l’aveva trovata: la cornetta del citofono non era al suo posto e la cena era ancora in tavola.
Subito si capisce che non si tratta di una fuga volontaria e che qualcuno di conosciuto deve averla attirata fuori casa. I sospetti si concentrano su Antonio Mantovani, dopo che il marito della vittima fa il suo nome. Mantovani, che era nel suo gruppo di amici, avrebbe dovuto partecipare alla cena del venerdi ma non si era presentato.
Le indagini
Nel passato di Antonio Mantovani, gli inquirenti scoprono subito fatti che fanno sospettare di lui. Oltre alle accuse per furto e ricettazione, ci sono una denuncia per atti di libidine su minore nel 1971 e una tentata violenza alla moglie di un amico nel 1979 a cui però non seguì condanna perchè Mantovani fu ritenuto semi infermo di mente.
La testimonianza di tre uomini che la sera del delitto avevano visto Mantovani in una pizzeria di Sesto San Giovanni con graffi ed escoriazioni delinea definitivamente il quadro probatorio che porta al fermo di Antonio Mantovani, convalidato il 16 febbraio.
Il processo
Durante il processo viene ricostruita la dinamica dell’omicidio. Mantovani, sapendo che il marito era fuori a cena, citofona a Carla Zacchi che lo raggiunge di sotto. La donna rifiuta le sue avance e lui la strangola, gettando poi il corpo nel canale.
La sentenza arriva il 5 dicembre del 1985. Antonio Mantovani viene condannato a 29 anni e due mesi di reclusione. Otterrà la semilibertà nel 1996 avendo intrapreso, secondo il parere degli esperti, un corretto percorso riabilitativo.
Il serial killer colpisce ancora
Antonio Mantovani inizia a lavorare in una cooperativa, affitta un appartamento a Milano in Via Santa Teresa che usa di giorno visto che la sera ha l’obbligo di rientro in carcere. Proprio nel 1996 il suo nome verrà associato a un altro omicidio, quello di Dora Vendola, anche lei in regime di semilibertà. La donna viene ritrovata strangolata nella sua macchina. La sua frequentazione con Mantovani era risaputa. L’uomo interrogato nega però qualsiasi implicazione anche se ammette di essere stato sessualmente rifiutato dalla donna. Gli inquirenti gli credono e non gli viene revocata la semilibertà.
L’anno successivo, la sera del 7 marzo scompare Simona Carnevale, giovane parrucchiera di Milano e il 2 dicembre viene ritrovato il cadavere di Carolina De Donato, proprietaria dell’appartamento affittato da Mantovani. La donna è semi carbonizzata nel suo letto circondata da bambole e profumi e con i segni di un morso su una guancia. Si scopre subito che si tratta di un omicidio goffamente camuffato da suicidio. E’ in questo momento che Antonio Mantovani si rende latitante. Verrà ritrovato solo l’anno successivo.
Simona Carnevale a Chi l’ha Visto?

Della scomparsa di Simona Carnevale si occupa spesso Chi L’ha visto. Se ne occupa anche il primo giugno del 1999 dopo che il Gip aveva emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Mantovani, il cui numero era stato ritrovato tra gli effetti personali della ragazza. Lui ammette di averla conosciuta in un bar vicino alla cooperativa in cui lavorava ma che la loro era solo un’amicizia pura. A inchiodarlo arriva però la testimonianza di Carlo Fermi, suo compagno di cella, che riferisce agli inquirenti di aver ricevuto da Mantovani la richiesta di aiuto per nascondere il cadavere della ragazza che lui avrebbe addirittura visto avvolto in un telo nel portabagagli della Y10 dell’uomo.
Il 12 novembre 2001, Antonio Mantovani viene condannato all’ergastolo (condanna poi confermata in appello) per entrambi gli omicidi dopo un processo “scenografico” in cui lui continua a professarsi innocente, ricordando il suo passato doloroso (era stato abbandonato in un collegio dalla madre che non voleva più occuparsi di lui) e scoppiando più volte a piangere per solidarietà alle famiglie delle donne.
Il movente dei delitti è ricondotto al rifiuto delle vittime di avere rapporti con l’assassino.
Nel 2002 ad Antonio Mantovani viene comunicata la notifica di prolungamento delle indagini per l’omicidio di Dora Vendola, per il quale è diventato fortemente sospettato anche se mai formalmente accusato.
Non lo sarà mai, visto che il 28 marzo del 2003, 20 anni dopo che la prima vittima del serial killer è stata trovata, si impicca nella sua cella nel carcere di Saluzzo.
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Fonti per questa letter: Polizia Penitenziaria e Murder Pedia
