
Donna, amante, scrittrice sono i ruoli che Rina Faccio esprime nel segno della libertà e della passione. Il suo affacciarsi all’adolescenza è drammatico: nel 1892, a quindici anni, subisce uno stupro e l’anno successivo, nel rispetto della legge, deve sposare il suo stupratore. È un matrimonio buio che neanche la nascita di un figlio riesce a illuminare. L’uomo, violento e prevaricatore, disapprova la sua partecipazione al nascente femminismo e le prime collaborazioni alle riviste che lo rappresentano. E Rina cerca di spezzare le catene prima con un tentativo di suicidio, poi, nel 1902, con la fuga a Roma, dolorosissima perché comporta l’abbandono del figlio, del quale non riuscirà mai a ottenere la custodia.
A Roma è fondamentale l’incontro, professionale e sentimentale, con Giovanni Cena, direttore della Nuova Antologia, che la spinge a scrivere sul giornale che lui dirige, a frequentare i circoli femministi e a collaborare con le loro riviste. La sostiene nel suo impegno sociale, che si traduce in azioni concrete: fondazione della Lega delle donne, istituzione di scuole serali femminili e di corsi di alfabetizzazione delle contadine e dei contadini dell’Agro Romano. E soprattutto Giovanni Cena la incoraggia a scrivere di sé e della sua vita nel romanzo “Una donna”, che riscuote subito un grande successo in Italia e all’estero.

È un’opera originale di denuncia del ruolo tradizionale della donna e della sua condizione di minorità rispetto all’uomo. Rina si lamenterà più tardi degli interventi invasivi sul romanzo del Cena, ma accetta e fa suo lo pseudonimo che lui sceglie per lei: Sibilla Aleramo, che unisce il nome della profetessa della liberazione femminile ad Aleramo, preso da “Piemonte” di Carducci, per le origini piemontesi della scrittrice.
Ma, nomen omen, l’anagramma di Aleramo è “amorale”.

Nel 1908 Sibilla, al Congresso nazionale delle donne italiane, conosce e si innamora della scrittrice omosessuale (a lei si deve il primo comung out) Cordula Poletti, in arte Lina. La relazione dura poco più di un anno, ma l’intensità del sentimento è testimoniata da lettere infuocate in cui Sibilla esprime il suo amore, una “lucida follia”, vissuto con tutta la forza della passione e analizzato lucidamente in tutti gli aspetti e le peculiarità del rapporto omosessuale
L’abbandono di Lina Poletti, che la sostituisce con Eleonora Duse, reduce dalla fine della storia con Gabriele D’Annunzio, segna per Sibilla il distacco dal movimento femminista, che viene relegato nei limiti di un’esperienza giovanile, “una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire”.
Ora il suo obiettivo “femminista” è letterario e riguarda gli esiti poetici che arrivino a esprimere la forza tutta femminile dell’intuizione in una poesia, nuova e rivoluzionaria, “di movenze nuove, brividi, scatti, pause, trapassi, vortici sconosciuti alla poesia maschile”.
Finalmente, Sibilla Aleramo può vivere la sua vita di donna libera, lontana dagli stereotipi definiti dalla tradizione, e può innalzare l’amore a principio esistenziale cartesianamente definito “Amo dunque sono”, titolo del suo romanzo epistolare pubblicato nel 1927.

Inizia proprio ora la sua carriera d’amore che la vede protagonista di rapporti di breve durata, privi di reale coinvolgimento. Le storie si susseguono senza freno nei luoghi dei suoi viaggi: Torino, Firenze, Milano, Parigi, Roma. E l’interesse è rivolto, inizialmente, ai letterati di presente o di futuro successo.
Nei suoi Diari, ricchi di ritratti, annotazioni, pensieri, ricordi e trascrizione di lettere, sono presenti tanti intellettuali: Cardarelli, Boine, Rebora, Papini, Quasimodo e D’Annunzio, che la ospita a lungo nel Vittoriale.
Si, proprio D’Annunzio che stava con la Duse, che fu la causa della fine della storia tra Sibilla e Lina Poletti. Chi ci avrebbe fatto un migliaio di copertine.
Nei suoi racconti c’è anche Rodin, pittore già avanti negli anni a cui fa da modella, e poi ancora Campana, con cui ebbe una storia “furibonda” e Gerace che la introduce nel cenacolo di Benedetto Croce.
Prezzolini arriva a definirla “lavatoio sessuale della cultura italiana”, scandalizzato da tanta libertà di costumi o forse risentito per l’esclusione dai suoi favori.

Sibilla, nel 1925, firma il Manifesto crociano degli intellettuali antifascisti e negli ambienti antifascisti conosce e seduce prima Piero Gobetti e subito dopo Tito Zaniboni, sfortunato attentatore di Mussolini, che porta in carcere anche lei, ma solo per pochi giorni. Sibilla, infatti, chiede e ottiene un colloquio con Mussolini e subito viene liberata e torna a casa con una rendita mensile di mille lire e con un premio di cinquantamila lire dell’Accademia d’Iitalia
Non sappiamo cosa sia successo nell’incontro con Mussolini, ma sappiamo che da quel momento non è più antifascista e neanche sono antifascisti i suoi nuovi amanti, dapprima scelti tra gli atleti, poi nell’ambiente dei maghi.

Luciano, il buono di Amo dunque sono, oggetto dell’amore puro e incondizionato della scrittrice ormai più che cinquantenne, è in realtà il neo pitagorico Giulio Parise, bellissimo e orgoglioso della sua prestanza fisica e generoso esibizionista del suo corpo nudo.

Nell’opera c’è anche il cattivo, in una complessa relazione a tre, che rappresenta l’oppositore. Il cattivo è il mago Julius Evola, futuro teorico del razzismo e membro di spicco del gruppo di Uz; il mago cerca di “arricchire” il fascismo di elementi pagàni e alimenta il maschilismo con scritti misogini, come “La donna come cosa” in cui si sostiene che il maschio, solare, è in grado di dare forma alla donna, lunare, materia amorfa.

Dopo la caduta di Mussolini, si rifiuta di trasferirsi a Salò, giudicando vergognosa quest’ultima pagina del fascismo. Alla fine della guerra si iscrive al PCI, collabora con L’Unità e si impegna attivamente nel campo politico e sociale. Si ritira dalla scena pubblica a causa di una malattia che la porterà alla morte e che è anch’essa documentata dalle sue lettere, pubblicate in Lettere a Elio. Muore nel 1960.
L’opera d’arte che ci ha lasciato rispecchia tutta la sua vita e ci restituisce l’immagine di una donna libera in maniera esasperata e travolgente, contraddittoria. Una donna che ama dunque è. Determinata, coraggiosa, confusa, spudorata, fragile, opportunista, emancipata.
