CESARE PAVESE: LA VITA DI DISAGIO, LA FINE POP.

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Chissà se Cesare Pavese avesse usufruito del bonus psicologo come sarebbe andata la sua vita. Probabilmente, se avesse fatto i conti con il suo senso di inadeguatezza, con il suo sentirsi escluso e solo non avremmo avuto i suoi romanzi. Magari il falò de La Luna e il Falò sarebbe stato quello di una spiaggia davanti a cui lo avremmo trovato a canticchiare qualche canzone del Quartetto Cetra. Che strano parlare di canzoni sulla spiaggia e non poter nominare le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…!

Rimasto orfano di padre e cresciuto in un ambiente austero con la madre e la sorella, fu sempre insicuro e introverso. Non essendo andato da uno psicologo non sapremo mai se incolpare le due donne del radicato disagio e dell’incoerenza che percorse tutta la vita di Pavese.

La solitudine, in parte intesa come mancanza di una donna ma anche come quella di un ambiente di cui sentirsi parte è un tema ricorrente e che viene affrontata con una complessità che spesso finiva nella contraddizione.

“Val la pena essere solo, per essere sempre più solo? Solamente girarle, le piazze e le strade sono vuote. Bisogna fermare una donna e parlarle/deciderla a vivere insieme. Altrimenti uno parla da soli”.


Questo scriveva dimostrando una visione negativa della solitudine che però poi poco dopo si trasforma. In “Lavorare Stanca” infatti si trasformava in “temeremo a star soli, ma vorremmo star soli” e ancora “La sola regola eroica: esser soli, soli, soli” e poi “la gioia feroce, il refrigerio di essere solo”.

Una visione disagiata e incoerente, ma che nascondeva una visione molto più profonda di un semplicistico “meglio soli che male accompagnati”.

Diciamo che le sue delusioni sentimentali iniziarono subito. Al liceo prese una pleurite dopo aver aspettato per ore sotto la pioggia Milly, una ballerina di cui si era innamorato. Gli anni del liceo e dell’Università furono invece proficui per la sua formazione culturale. Si appassiona allo studio dei grandi autori statunitensi e con Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi fonda il gruppo “fraternità” in cui si discute di politica e letteratura.

Scrive, pubblica e si sente parte di un gruppo. Sembrerebbe andare tutto bene, ma poi la sorella lo costringe a prendere la tessera del partito fascista, indispensabile per insegnare nelle scuole statali e così riemerge la sensazione di isolamento, oltre alla frustrazione per aver ceduto a qualcosa in cui non credeva. Ha però la forza di reagire e quando Ginzburg venne arrestato chiese e ottenne di sostituirlo alla guida del movimento antifascista “Giustizia e libertà”.

Poco dopo verrà arrestato anche lui per una colpa non sua, ma, pure qui, di una donna. Infatti, durante una perquisizione vengono trovate in casa sua delle lettere di Altiero Spinelli che in realtà appartenevano a Tina Pizzardo, la donna dalla voce rauca di cui si era innamorato.

Fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, lì cominciò il Diario che continuò a scrivere per tutta la vita e che fu pubblicato postumo con il titolo “Il mestiere di vivere”; dopo un anno di noia e di abbrutimento e di “uccisione di mosche” ebbe il condono e tornò a Torino.

Il ritorno non fu come aveva sperato: Tina, che stava per sposarsi con un altro, lo ignorò e ignorata fu anche la sua raccolta di poesia “Lavorare stanca”. Un’accoglienza calorosa gli fu invece riservata dai suoi amici che lo coinvolsero pienamente nel loro movimento clandestino e lo fecero sentire parte importante del progetto di lotta antifascista. Intanto Pavese cominciava a e pubblicare i suoi primi romanzi e, con maggiore successo, le sue traduzioni dei romanzi americani.

È questo il periodo, tra il 1936 e il 1941, di un impiego stabile alla Einaudi e della scrittura dei primi romanzi brevi, “Il carcere” che racconta del confino e del suo totale rifiuto di un mondo considerato chiuso e ignorante, ben lontano dall’ambiente colto e cosmopolita della sua città. Fu però con “I paesi tuoi” che Pavese si impose all’attenzione, ora entusiasta ora perplessa, della critica.

Quando nel 1943 ritornò a Torino, dopo una parentesi romana, non trovò nessuno dei suoi amici, dispersi tra le colline piemontesi per combattere la guerra partigiana. Non li seguì, cercò rifugio nel Monferrato in un isolamento che le pagine de “Il mestiere di vivere” definiscono umiliante e doloroso. Cercò allora di porre un argine alla profonda crisi esistenziale, immergendosi in uno studio che gli desse risposte sul significato del mito, della religione, della cultura classica e che lo aiutasse a esorcizzare i suoi sensi di colpa e le sue paure di fronte alla crudeltà della storia.

Il dopoguerra segnò la ripresa del suo impegno editoriale con la realizzazione di una collana di studi antropologici e psicoanalitici legata ai suoi interessi per il mito. Nel contempo aderì al partito comunista e scrisse per l’Unità affrontando il tema del dovere dell’intellettuale e del rapporto tra letteraturatura e società.

Erano più che altro tentativi di “riparazione” ai suoi articoli sul mito in evidente contrasto con il programma culturale del partito fermo nella definizione di una letteratura subordinata alla politica.
Ne derivò un senso di impotenza e di disperazione “contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa, e mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia. La risposta è una sola: suicidio”.

Ad aggravare la situazione si aggiunse la fine della relazione con l’attrice americana Costance Dowling, che lo aveva illuso sulla profondità dei suoi sentimenti. Fu un grave colpo per il poeta, come dimostra “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, la breve raccolta di poesie ispirata alla donna. Lontani dai componimenti di ampio respiro, i nuovi componimenti sono brevi, il linguaggio, metaforico e simbolico, è espressione lirica del suo mondo interiore. Ormai la donna non incarna più gli attributi della natura, i suoi occhi sono gli occhi della morte e a lui non resta che scomparire nel silenzio.


“Verrà la morte” è la profezia a cui ormai era impossibile sottrarsi. E nulla potevano per la cura della sua anima il successo e i riconoscimenti che gli arrivarono dalle sue ultime opere, La bella estate, i Dialoghi con Leucò, Il diavolo sulle colline, La luna e i falò, bilancio conclusivo della sua opera di scrittore.

Nel 1950 riceve il premio Strega e il 27 agosto si uccide secondo lo schema del suicidio di Rosetta che aveva narrato l’anno precedente in Tra donna sole.

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolez
Una fine pop.