La sfilata di Moschino all’ultima fashion week di Milano è stata emozionante per vari motivi. Adrian Appiolaza ha sostituito Davide Renne improvvisamente e prematuramente scomparso lo scordo novembre. In meno di un mese il nuovo direttore creativo ha dovuto pensare alla sfilata del post Jeremy Scott che aveva curato il marchio per dieci anni.
Appiolaza lo ha fatto mettendo le mani nell’archivio della casa di moda, facendoci così ricordare la stravaganza irriverente e competente del fondatore del marchio: Franco Moschino.
Definire Franco Moschino solo uno stilista sarebbe riduttivo. Cioè già essere un bravo stilista e un bravo sarto è tanto, ma lui è stato molto di più. Lui stesso non voleva essere definito stilista che trovava un lavoro superficiale ed è per questo che nella sua opera l’aspetto sociale è sempre stato predominante.

ll marchio nasce nel 1983, quando Franco lascia Versace per mettersi in proprio. La sua fu una vera e propria irruzione nel mondo della moda, che amava ma di cui non condivideva i principi e non faceva nulla per nasconderlo. Per questo fu subito definito provocatore, ruolo che interpretava benissimo. Alle giornaliste che si occupavano di fashion mandava magliette con su scritto “mantenuta dalla moda”, usava slip stilizzati come inviti per le sue sfilate, creava outfit ispirati al principio che “il buon gusto non esiste” come non esistevano nel suo immaginario le imposizioni che la moda, soprattutto in quegli anni, lanciava come diktat. Per lui c’era totale libertà di vestirsi e addirittura anche di indossare capi dell’anno precedente, cosa che all’epoca era quasi considerata un peccato.

Le sue sfilate erano spettacoli, non solo a livello sartoriale che nonostante gli eccessi era di altissimo livello (“I vestiti buffi devono essere fatti estremamente bene, perché è lì che trovi quel che è chic”), ma proprio come evento. Stupiva gli spettatori con le sue provocazioni, dalle modelle in scarpe da ginnastica, perché meglio essere comodi, a quelle che ballavano, a quelle che sfilavano in ginocchio, ai modelli travestiti, ai messaggi che comunicava attraverso i vestiti e che iniziò anche a scrivere sulle magliette o sui bozzetti “Moschifo”, “No dress no stress”, “Stop the fashion system”. “For fashion vicitms only”, “Se non potete essere eleganti siate almeno stravaganti”, “Fashion/Fashioff”. È irriverente anche nei confronti dei suoi colleghi, soprattutto Chanel di cui vengono reinterpretati i tailleur con girandole al posto dei bottoni o con le posate appese alle iconiche cinture.

Le campagne pubblicitarie di Moschino (le “reclame, le chiamava lui) stravolgono la comunicazione della moda così come gli allestimenti e le vetrine dei suoi negozi, le “buticks” come le chiamava lui. Moschino è un eclettico, ironico ma anche autoironico. Si veste da donna, si trasforma e non ha paura a estremizzare la sua immagine che spesso compare nelle sue stesse campagne.

Nonostante sia stato spesso accusato del contrario, Franco Moschino era molto coerente e infatti nel 1991 decide di abbandonare definitivamente le passerelle in un’ottica green di cui è stato uno dei più importanti precursori. “Chi sfila avvelena anche te”. Già nel 1989 aveva fatto interrompere una sua sfilata da un video da lui creato intitolato Fashion Blitz.
Non abbandona però la moda che diventa sempre più lo strumento attraverso cui porta avanti battaglie sociali che gli stanno particolarmente a cuore, quelle per la pace e per il rispetto della natura, quelle contro la droga o contro lo sterminio delle foche. E il suo impegno con l’Anlaids, con la volontà di creare una struttura per curare i bambini immunodepressi.
Altro tratto distintivo di Moschino è il suo sentirsi profondamente italiano. Le bellezze dell’italia e il tricolore compaiono spesso nei suoi lavori e lo stesso Appiolaza nell’ultima sfilata ha messo in passerella un vestito tricolore.

“Se la gente sapesse quanto amo l’Italia, sarei Papa e Presidente di Repubblica” (Franco Moschino)
Nel 1993 la mostra alla Permanente di Milano, X anni di Kaos, è il suo testamento. Le sue opere, i suoi dipinti (Franco Moschino era anche un pittore) vengono mostrati al pubblico per la prima volta e la sfilata conclusiva mostra modelle che indossano sacchi della spazzatura rielaborati che poi lasciano spazio a uomini, donne e bambini tutti vestiti di bianco con il fiocco rosso della lotta contro l’Aids.

Franco Moschino muore il 18 settembre 1994 per un attacco cardiaco dovuto alle complicazioni di un cancro all’intestino. Della sua morte, per suo volere, si saprà solo dopo i funerali in nome di una discrezione che io mi sento di rispettare anche sulle cause della sua morte di cui molto si è detto.
A ereditare la direzione del marchio è Rossella Jardini, sua collaboratrice da sempre. Il suo “capricorno ascendente Hermes”.

Fino al 2013, la Jardini continua a lavorare rispettando il volere di Franco anche quando il marchio viene acquisito da Aeffe seguendo un principio che è molto “moschinese”: “Sono convinta che quando oggetti molto diversi fra loro vengono scelti con lo stesso senso estetico tutto torna”.
Nel 2023 c’è il passaggio di consegne a Jeremy Scott che, personalmente non ho mai troppo apprezzato, ma d’altronde il marchio Moschino vivrà sempre nell’ombra ingombrante e irraggiungibile di Franco.
Nel passaggio al nuovo direttore creativo, la sfilata A/I 2023 è stata affidata a un collettivo di donne che ha reinterpretato l’archivio di Moschino.
Aspettiamo le prossime sfilate per capire in quale direzione Adrian Appiolaza porterà il marchio.
Fiore Crespi, madrina di Anlaids è stata molto amica di Franco Moschino che supportava l’associazione.

Per lui ha posato per una campagna indossando un corpetto decorato con preservativi e i nastri rossi per la lotta contro l’Aids.
E’ lei che al momento della sua morte ha rilasciato una poesia che Franco aveva scritto a corredi dei dipinti esposto durante la mostra X anni di Kaos!
“C’era una volta una grande casa vicino a una grande città, e volevo dipingere gli abiti delle madonne e conoscere gli angeli. Tutti mi dicevano sempre che non si fa e non si può. Allora, dopo averci pensato a lungo mi incammino da solo verso dove, secondo me, c’erano angeli e madonne. Cammina cammina e dopo molti mi ritrovai con un pennello d’oro a pitturare le ultime stelle sopra il manto celeste di una Signora che stava in piedi su una nuvola bianca. Gli angeli li avevo tutti intorno che scherzavano con me. Qualcuno mi chiese di dipingere anche altri vestiti e voleva farmi conoscere anche altri angeli. Io non voglio dipingere altri vestiti, non so per chi sono e non voglio conoscere altri angeli perché non scherzerebbero più con me. Lasciatemi qui sulla nuvola bianca”. (Franco Moschino)
Le opere di Franco Moschino sono oggi conservate al primo piano della sede dell’azienda.
