“TUTTO VA PER IL MEGLIO NEL PEGGIORE DEI MONDI POSSIBILI”

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Sono parole disperate di un poeta che visse una vita disperata. Quelle di Dino Campana, al cui nome anche quelli che in letteratura avevano quattro associano la pazzia, tralasciando il dettaglio che dietro la sua pazzia si nascondeva un vero poeta.

Dino Campana nacque a Marradi nel 1885 e mostrò subito i segni di una sensibilità delicatissima e un carattere introverso e scontroso. A quindici anni gli fu diagnosticata l’ebefrenia, una grave forma di schizofrenia di cui soffriva anche uno zio paterno.

La famiglia si era allarmata quando, dopo tre anni in collegio a Faenza, dove si era sentito al sicuro e, in un certo modo, apprezzato, Dino era tornato a vivere con il fratello minore, sotto la tutela della madre, e aveva cominciato a mostrare comportamenti anomali di disagio e di fobie persecutorie, esasperate dalla convinzione di contare per la madre meno del fratello.

Con la famiglia ritornò a Marradi, da dove però si allontana subito per concludere gli studi. Quando ritornò Il malessere crebbe in quel luogo a lui estraneo e più frequenti diventarono gli sbalzi d’umore, gli eccessi, le stramberie, gli scontri in famiglia e con le forze dell’ordine.

“Non sapevo bene i costumi che c’erano fuori, quando tornai a Marradi, mi ridevano, mi arrabbiai e divenni nevrastenico. Poi cominciai a viaggiare”.

È evidente che non di viaggi si trattava, ma di fughe e di ritorni: a Bologna, iscritto alla facoltà di Chimica pura, rimase due anni, poi passò all’Università di Firenze iscritto a Chimica farmaceutica, perso in studi in cui non poteva esprimere la sua tormentata sensibilità interiore. I suoi ritorni a Marradi erano accompagnati da episodi di violenza e da stranezze che portarono tutti, famiglia e concittadini, a vederlo come “il pazzo” e le forze dell’ordine a cercare di contenerlo con arresti frequenti e di breve durata. Insomma, Marradi è stata una condanna per il povero Dino Campana!

Nel 1905, a Imola, arrivò il suo primo ricovero in manicomio, poi di nuovo la fuga in varie città dell’Italia settentrionale, in Svizzera e in Francia, poi, quasi ciclicamente, un nuovo arresto e un nuovo internamento in manicomio. Nel 1908 partì per l’Argentina, ma poco dopo rientrò in Italia e, nei frequenti soggiorni a Firenze, cominciò a frequentare i circoli letterari della città, La Voce e Lacerba, e a conoscere i poeti e gli intellettuali più illustri. E’ qui che, per un momento, sembrò attenuarsi il suo sentirsi in perenne stonatura con l’ambiente circostante.

Non è casuale che proprio allora, 1912/13, pubblicò, su una rivista goliardica di Bologna, i suoi versi disperati e irrequieti che nascevano dal suo vagabondare interiore e reale e mostravano il suo disagio esistenziale.

Quando a Firenze conobbe Soffici e Papini, pensò che finalmente aveva trovato la strada per farsi conoscere e apprezzare e consegnò a loro il suo manoscritto. Non andò come sperava: il manoscritto fu dimenticato e smarrito. Non esistevano altre copie e a nulla valsero le continue e pressanti richieste del poeta per riaverlo. Ne seguirono rabbia e disperazione, che si tradussero in violenti attacchi verbali e in più concrete minacce di aggressione, ma alla fine non gli restò che mettersi al lavoro e riscrivere i suoi versi. Finalmente, nel 1914, Campana pubblicò a sue spese “I canti orfici”.

E già il titolo definisce la qualità e la finalità di un’opera che, nei versi e nelle prose, si proponeva come un viaggio iniziatico per il poeta e per i suoi lettori verso la purificazione dalle scorie mortali e la rinascita nell’immortalità. È una poesia nuova e potente, di intuizioni di folgorazioni e di evocazioni, in cui passato e presente si sovrappongono in un viaggio tutto interiore, privo di filo logico e denso di esperienze visionarie, di suoni e di colori. Una poesia complessa e difficile radicata nell’ambiente culturale italiano di Leopardi, Carducci, D’Annunzio e, al contempo, vicina ai grandi simbolisti francesi, Rimbaud, Baudelaire e Verlaine, in una lotta mai pacificata tra vecchio e nuovo. “È una poesia in fuga la sua, che si disfà sempre sul punto di concludere”, così il lavoro di Campana fu definito da Montale che era un suo grande estimatore.

Nel 1916 Dino Campana, l’ultimo grande poeta per Carlo Bo, il poeta pazzo per molti, incontra Sibilla Aleramo, la donna più bella e più libera d’Italia. Lui aveva trentuno anni, lei quaranta; lui autore di un’opera ritenuta pressoché insignificante, lei già famosa.
Era stata Sibilla a fare il primo passo, dopo aver letto i Canti orfici, con una lettera che si chiudeva con “Chiudo il tuo libro, snodo le mie trecce”.

Fu un amore “furibondo” per entrambi, funesto per il poeta, che, già in condizioni precarie, mostrò da subito di non riuscire ad arginare gli effetti di una gelosia possessiva. La relazione, violenta e passionale, durò un anno tra lettere traboccanti di amore e passione e incontri di schiaffi, pugni, sputi e ingiurie. Sibilla sopportò e perdonò le aggressioni di Campana, convinta di poterlo aiutare (la sindrome della crocerossina è imperitura, ndr).

Fu lei a farlo visitare da un importate psichiatra, non riferì mai la diagnosi, ma da quel momento i due, pur continuando a scriversi lettere appassionate e deliranti, non s’incontrarono più. L’anno successivo, nel 1918, Campana entrò in manicomio e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1932.

Per qualche tempo gli scambi epistolari continuarono, ma la Aleramo a un certo punto smise di rispondere, nonostante la disperata insistenza del poeta:

“Cara, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quel che mi resta della mia vita. Vieni a vedermi, ti prego, tuo Dino”