Mi sto molto appassionando agli scrittori del ‘900. Quelli che nella vita hanno non solo hanno preso posizione, ma che l’hanno scritta anche nero su bianco in romanzi che hanno fatto la storia della letteratura italiana.
Mi piace scoprire il gruppo di intellettuali di cui erano amici e che hanno contribuito alla loro formazione e poi ovviamente mi vado anche guardare le loro storie d’amore. C’è da dire che in questo senso D’Annunzio e Sibilla Aleramo in questo senso mi hanno dato grandi soddisfazioni!
Vittorini mi ha particolarmente interessato per il suo percorso che lo ha portato a diventare un convinto antifascista. A sedici anni, nel 1924, abbandonò la Sicilia, per cui aveva sempre mostrato una grande insofferenza e la scuola di ragioneria e si trasferì a Gorizia con un impiego da contabile che gli lasciava il tempo di coltivare i suoi interessi culturali e di aprirsi alla lettura dei grandi scrittori europei, Proust, Gide, Joyce, Kafka.

Nel 1927, dopo il matrimonio con Rosa, sorella di Salvatore Quasimodo, lasciò Gorizia per trasferirsi a Firenze chiamato a ricoprire il ruolo di segretario di redazione di Solaria e di correttore di bozze del quotidiano La Nazione. Quello fiorentino fu un periodo importante di rapporti (strinse amicizia con Gadda, Pratolini, Montale e, soprattutto, Curzio Malaparte) e di crescita culturale nel segno soprattutto di Solaria, rivista di apertura alla narrativa europea e americana. Negli anni giovanili aderì al fascismo, inteso come lotta rivoluzionaria ed eversiva delle forze popolari contro il conservatorismo borghese. Si parlava allora, anche sulla spinta di intellettuali vicini alla rivista “Il Bargello”, di fascismo rosso, un fascismo di sinistra che inizialmente trovò ampia diffusione tra i giovani spinti dall’urgenza di dare voce alle classi più umili.
Le posizioni di Vittorini e il suo fraintendimento sul fascismo sono ben evidenti nel romanzo del ‘33 “Il garofano rosso”, pubblicato a puntate su Solaria, ma presto censurato “per il contenuto immorale”, in realtà i motivi erano di natura prettamente politica.
La guerra di Spagna pose fine a ogni fraintendimento: mentre Vittorini pensava con Pratolini di arruolarsi per sostenere i repubblicani, il regime si schierò con il dittatore Francisco Franco.
E subito dopo, quando con un articolo esortò i fascisti a correre in aiuto dei repubblicani spagnoli, fu espulso dal partito.
In quello stesso periodo Vittorini, ancora da autodidatta, studiò l’inglese e raggiunse una tale padronanza da assumere il ruolo di traduttore per La Nazione. Nel 1939 si trasferì a Milano dove la Bompiani gli affidò l’incarico di curatore di “Americana”, un’antologia di scrittori statunitensi che fu subito colpita da censura fascista. Intanto tra il ‘38 e il ‘39 usciva a puntate su Letteratura il suo capolavoro “Conversazione in Sicilia”.
È la storia di un viaggio iniziatico compiuto da Silvestro, un intellettuale tipografo che, “in preda ad astratti furori” per i mali del mondo causati dal fascismo e dai massacri della guerra civile decide di allontanarsi da Milano e di tornare in Sicilia a ritrovare la madre Concezione e a recuperare, in una sorta di rinascita, la propria infanzia.
Tuttavia lo stesso autore avverte che il romanzo non è autobiografico e che la Sicilia non è la Sicilia, ma è la metafora del mondo intero e dell’esistenza.
Anche Conversazione in Sicilia subì l’attacco della censura e la sua pubblicazione fu interrotta.
La seconda guerra mondiale e poi la guerra di Resistenza lo videro impegnato in un’opposizione attiva occupandosi della stampa clandestina al fianco degli oppositori e dei partigiani fino al suo arresto a San Vittore. Alla fine del conflitto Vittorini raccontò la Resistenza nell’opera più vicina al Neorealismo “Uomini e no”. L’opera, come si evince dalle riflessioni dell’autore, non è la celebrazione di una Resistenza eroica che vede contrapposti gli uomini e i meno uomini, ma trasferisce nell’uomo la compresenza e la contraddizione tra la parte umana e quella bestiale.
Nel 1945: diresse L’Unità e fondò “Il Politecnico”, ma l’esperienza durò solo due anni a causa di un forte scontro ideologico con Togliatti e con il P.C.I sulla funzione della letteratura e sul ruolo dell’intellettuale. Dal ‘51 riprese a lavorare per Einaudi e per Mondadori e curò la pubblicazione delle opere più importanti di quel periodo, mentre continuava egli stesso a scrivere romanzi e articoli fino alla morte nel 1966.

Torniamo indietro… a livello sentimentale, lo abbiamo lasciato sposato con la sorella di Salvatore Quasimodo. Dopo cinque anni di matrimonio e un figlio appena nato, tramite un amico comune, Vittorini incontrò in Liguria Luigia Giovanna Varisco, Ginetta, figlia di un ricco costruttore. Tra i due scoccò subito l’amore, ma entrambi erano impegnati e ai tempi non era così facile divorziare. Alla fine però Elio e Ginetta riuscirono a far finire i loro precedenti matrimoni in Svizzera e andarono a vivere insieme a Milano. Si sposarono però solo nel 1966 con una cerimonia intima in casa, tre giorni prima della morte di Vittorini. Lui lasciò scritto che le sue spoglie, alla morte di Ginetta, fossero spostate nella tomba di famiglia della moglie a Concorezzo.
