Quello del pane carasau.
E’ lo spessore di Inganno, ultima produzione italiana arrivata su Netflix. Serie limitata non perché composta da sei episodi ma proprio perché limitata. In tutto. Nella sceneggiatura, nella recitazione, nei dialoghi, nella regia, nella fotografia. Un tale papocchio che ho rimpianto le serie trash di Canale 5 con Gabriel Garko e Manuela Arcuri che non volevano essere nulla di più se non … trash.
Inganno ha invece l’aggravante di voler mandare un messaggio sociale. Una cosa tipo che una donna può amare senza inibizioni anche a sessant’anni in parole da comunicato stampa.
La signora bene un po’ rintronata che si fa delle gran scopate con il ragazzo super figo. In quelle non patinate. Avanguardia pura, direbbe Miranda Priestley. Comunque, il concetto del gran scopate è passato bene. Per sottolinearlo ancora meglio avrebbero solo potuto girare un porno. Tutto il resto è completamente senza senso. Un thriller che non ce l’ha fatta, un family drama che non ce l’ha fatta, un porno che non ce l’ha fatta, una soap opera che non ce l’ha fatta.
L’unica cosa che ce l’ha fatta è stata scegliere Giacomo Gianiotti nella parte del super figo.
Protagonista femminile è Monica Guerritore che, al netto della sua antipatia, è una bravissima attrice. Purtroppo non ha declinato la sua intensa cifra teatrale al contesto. Quello di attori che sembrano appena scappati da una scuola di teatro. Senza nemmeno aver finito la prima ora di lezione. O quello di un regista che non è stato in grado di dirigere i suoi attori. Davvero c’è ancora qualcuno che pensa che basta mostrare una sessantenne che fa sesso per dare valore a un prodotto televisivo? Per quale diavolo di target lo hanno pensato? Per le donne di mezza età arrapate? In questo caso, la cosa positiva è che non sono nel target.
